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La politica francese dei poli di competitività


Intervento al workshop su “Innovazione e Sviluppo Economico: I poli di Innovazione”, 14 dicembre 2012, Università Mediterranea di Reggio Calabria.

(Link alla Presentazione)



Il primo quinquennio del 2000 vede il concepimento e la nascita dei poli di competitività francesi (Pôles de Compétitivité) che rappresentano, almeno sulla carta, il primo forte segnale di rinnovamento della politica industriale e d’innovazione dal dopoguerra. Le politiche di sostegno alla Ricerca e Sviluppo (R&S) delle grandi imprese (tramite soprattutto la leva del credito di imposta) sembrano mostrare infatti le prime crepe. Il gap tecnologico con i paesi più avanzi non diminuisce e le piccole e medie imprese non sembrano essere in grado di competere a livello internazionale nei settori a più alto contenuto tecnologico.
A livello politico ed accademico nuove proposte di politica di innovazione iniziano a reclamare il loro spazio. Prime fra tutte l’idea secondo la quale le innovazioni non sono più (esclusivamente) un processo interno alle imprese ma sono frutto piuttosto delle sinergie tra imprese, e tra imprese e università. Richiamandosi a tali principi il rapporto Blanc (Pour un écosystème de la croissance), allora ministro dello sviluppo economico del governo Raffarin, propone l’individuazione di un numero ristretto di poli di eccellenza (non più di 12), prevalentemente tra i territori e le realtà già specializzate in settori ad alta tecnologia, da sostenere attraverso il finanziamento pubblico. L’idea è quella da una parte di incentivare le sinergie tra le piccole e medie imprese, i centri di ricerca e le università in modo fa favorire gli spillover di agglomerazione e di conoscenza, dall’altra di permettere il raggiungimento di una massa critica necessaria per acquisire e sviluppare una visibilità internazionale.
Tuttavia l’opacità dei criteri di valutazione con cui il governo avrebbe selezionato i poli di competitività e la politica del DIACT (ex DATAR), ancora legata a logiche di riequilibrio piuttosto che di specializzazione e di eccellenza regionali, sono alla base dell’ambiguità iniziale a cui le regioni hanno risposto sostenendo il maggior numero di realtà territoriali.. Contemporaneamente il governo ha ceduto alle pressioni locali, con il risultato che nel 2005 su 105 domande ben 66 poli (più 5 l’anno successivo) hanno ricevuto il riconoscimento di Pôle de Compétitivité. Riconoscimento necessario per accedere (attraverso bandi di gara) ai 1.5 miliardi di investimenti previsti nel primo triennio (2006-2008).
A fronte dell’elevato numero di accrediti, i poli sono stati successivamente classificati secondo tre categorie: 7 poli mondiali che riguardano principalmente le tecnologie dell’informazione e le loro varie applicazioni (prime fra tutte l’aereonautica), delle biotecnologie e le tecnologie legate alla salute, 11 poli a vocazione mondiale ( o anche detti europei) che oltre ai settori caratterizzanti i poli mondiali riguardano anche i laser, i trasporti e l’agroalimentare, e infine 53 poli qualificati come nazionali. Tutt’altro che insignificante, la distinzione tra le tre categorie di poli riflette il differente accesso ai finanziamenti previsti dal Fondo Unico Interministeriale (FUI): 50% per i 7 poli mondiali, 25% per quelli a vocazione mondiale e il restante 25% per quelli nazionali.
Le prime valutazioni delle performance dei poli di competitività (Boston Consulting Group (2008), CM International (2008), BearingPoint France SAS – Erdyn – Technopolis Group-ITD (2012) suggeriscono il bisogno di una maggiore attenzione dell’innovazione a “valle” (marketing, logistica, business mode) e di maggiore coinvolgimento delle grandi imprese ancora troppo poco coinvolte.
Nella presentazione vengono infine toccati i principali aspetti problematici.

Letture consigliate:
BearingPoint France SAS – Erdyn – Technopolis Group-ITD (2012), Etude portant sur l’évaluation des pôles.
Calamel, Defelix, Picq, Retour (2009)  La dynamique des projets au sein des pôles de compétitivité, CERAG Cahier de Recherche.
Chabault D. (2009), Modalités d’émergence de la gouvernance des pôles de compétitivité.
Cohen E. (2007), Industrial Policies in France The Old and the New, J Ind Compet Trade.
Cordoba et Lucazeau  (2012) , Pôles de compétitivité: transformer l'essai. Institut de l’Entreprise.
Decoster, Matteaccioli, et Tabariés (2004), The optics pole in the Ile-de-France Region, Géographie, Économie, Société.
Deregnaucourt, Haouat, et Caillaud (2010), Etude de positionnement de la recherche publique et pole de competitivite, Erdyn Rapport final.
Iritié, J.J. (2012), Pole de compétitivité, Incertitude et Adoption de Technologies Génériques. Mimeo
Le Galès Y. (2012), Le nombre de pôles de compétitivité doit être réduit, Le Figaro 5/12/2012 .
Levy, Hussler, et Triboulet (2012), The evolution of the French collaborative network of innovation towards. Mimeo
Lévêque E. (2012),  Comment rendre les pôles de compétitivité vraiment, L'Expansion 04/12/2012.
Masson A. (2011),  Repenser la politique des pôles de compétitivité.
Trouvé P. (2012), Les pôles de compétitivité s'ouvrent aux PME, Le Monde 10/09/2012.
Weil et Fen Chong (2008), Les pôles de compétitivité francais, Futuribles.

I Poli di Competitività francesi (www.competitivite.gouv.fr)

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