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3 punti sul referendum


1.
Renzi ha trasformato un referendum costituzionale in referendum sul renzismo realizzato (cit. Mentana). Accorpando in un quesito tutte le modifiche e, soprattutto, mettendo sul tavolo l'abbandono della vita politica in caso di sconfitta, Renzi ha trasformato un confronto referendario in un ring elettorale. Aveva bisogno di una legittimazione popolare e ha usato il referendum per averla.

Ma la costituzione è una cosa seria. Certo, va modificata e resa più attuale, ma il modo di cambiarla deve essere condiviso, non può essere fatto a colpi di decreto e di fiducia (dove i parlamentari devono ubbidire) e poi ratificato intestandosi il risultato.
Non ci è riuscito Silvio Berlusconi, nel 2006, quando, insieme alla lega, ha promosso un referendum voluto dal governo sull’abolizione del bicameralismo e sulla devolution. Non ci è riuscito Renzi ora.
Entrambi volevano il cambiamento, volevano modernizzare il paese. Entrambi hanno avuto il 60% contro.

2.
Renzi si è giocato la carriera politica (a tanto si era spinto: link al video) sul referendum e non può che dimettersi.
Ora, non vedo perché la vittoria del NO al referendum debba però comportare una crisi istituzionale tale da dover andare a elezioni tra due mesi. Le dimissioni di Renzi sono una conseguenza del referendum, non della mancanza di maggioranza in Parlamento. Inoltre il governo Renzi, come quello Letta, era il frutto di accordi politici, legittimi, ma stabiliti in parlamento. 
Il PD ha quindi il dovere e la responsabilità politica di provare a formare un nuovo governo che, per prima cosa, avrà il compito di permettere al parlamento di arrivare in fretta a un nuova legge elettorale.

Renzi dovrebbe quindi avere il buonsenso di mettersi al servizio del PD e non distruggerlo. Dovrebbe capire perché i giovani non lo hanno votato e perché il sud gli ha girato le spalle. Ma soprattutto, da buon segretario, dovrebbe avere il dono della sintesi e lavorare per capire quale direzione puo' prendere il PD e sotto quale forme. 

3.
Ma Renzi è di tutt’altra opinione. Si é dimesso da primo ministro, ma per entrare in campagna elettorale. La richiesta a Mattarella di aiutare il Parlamento a formare un governo di “interesse nazionale” ne è chiaramente la prova. I principali avversari politici hanno tutto da perdere nell’accettare la proposta, e non c’è una crisi istituzionale ed economica come quella che ha portato Monti al governo che glielo richiede. E' una finta proposta. Una soluzione impercorribile, per mostrare che solo lui puo' succedere a se stesso, che non c'è spazio per un altro governo.

Piuttosto che da un senso di responsabilità, il suo operato politico sembra infatti essere guidato da una strategia puramente elettorale e da una vendetta nei confronti della minoranza di sinistra del partito.
La strategia è chiara. Le elezioni a febbraio, senza passare per un governo, gli permetterebbero di sfruttare il bottino del 40% di “SI” ricevuti al referendum e al tempo stesso di affrontare un’offerta politica incapace di tradurre il 60% di "NO" in un disegno comune.
Poco importa se a febbraio le due leggi elettorali attuali, una per il senato e una per la camera, potrebbero non garantirgli la governabilità del paese anche in caso di vittoria. Sarebbe pero' una scommessa. E a lui piace giocare. Le elezioni a febbraio gli garantirebbero pero' la possibilità di consumare la propria vendetta al momento delle scelte sui candidati alle prossime elezioni. Certo, la vendetta è un piatto che va servito freddo. Ma aspettare troppo tempo spesso non è garanzia di successo.


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